Sabato sera a cena in casa di amici assistevo a quello che chiamerei lo spettacolo dell’amicizia in atto: due persone di sesso maschile in età non più verde, amici “da sempre”, che motteggiavano con palese affetto reciproco, pianificando un viaggio in medio oriente che avrebbero fatto loro due da soli, cioè senza mogli né figli, né altri amici.
Noi commensali apprendevamo che questa di viaggiare assieme è loro vecchia consuetudine e ascoltavamo il racconto a due voci delle vicende di altri viaggi, in Russia e altrove.
Da tutto questo, a parte il Beaujolais non particolarmente buono che già mi bruciava nello stomaco*, emanava per me un senso diffuso di dolcezza che mi rimbalzava nella mente sotto forma di invidia per questi due, vale a dire di invidia per la loro amicizia, che appariva così semplice, pura, riposante e soprattutto vera.
Sono stato a pensarci l’intera domenica: se mi avessero chiesto delle mie amicizie cosa avrei potuto dire? Quale amico avrei potuto esibire?
Una settimana fa, a pranzo con un vecchio “amico”, cioè con una persona che conosco e frequento da molto tempo, mi sono sorpreso mentre dicevo: << L’amicizia non esiste, perché non regge mai o quasi mai alle due prove fondamentali, quella dell’amore e quella dell’interesse. L’amicizia regge solo in campo neutro, che è il territorio dove l’abbiamo confinata: riunioni conviviali, vacanze, funerali, matrimoni, battesimi, cinema, teatro, eccetera. Ma appena si presenta un conflitto erotico o di soldi, tutte le amicizie si sfasciano. La stessa malattia costituisce una prova ardua alla quale facilmente soccombono. O almeno questa è la mia esperienza >>.
La persona che mi stava di fronte mi rispondeva sensatamente: <<Se non abbiamo mai visto qualcosa, non vuol dire che quel qualcosa non esista>>.
A quali prove era stata davvero sottoposta l’amicizia che dava spettacolo di sé a quella cena di sabato sera?
E come definire il termine “amicizia”?
In prima approssimazione, direi che l’amicizia è quando due persone decidono di rovesciare le normali modalità relazionali esterne per costruire consensualmente un recinto di internità comune, da abitare assieme con reciproca soddisfazione.
Se nei normali rapporti umani vigono l’interesse, il tornaconto, l’indifferenza reciproca - e qualsiasi comportamento non conforme ai suddetti principi è quanto meno strano [nessuno ti regala nulla, nessuno fa nulla per nulla, nessuno dice nulla di sé, nessuno si fida di nessuno, a nessuno frega un cazzo di nessuno, al di là di una generica pietas di specie del tutto superficiale, che già se gli sporchi i sedili di sangue ti lasciano a morire sull’asfalto, che già se gli chiedi un favore di troppo te lo fanno pesare (e io non sono da meno)...] -, la relazione amicale è (dovrebbe essere) completamente disinteressata, intima, fiduciaria, affettiva e scaturisce (dovrebbe scaturire) dal puro piacere dello stare assieme.
Già così sembra una cosa rara, tuttavia di amicizia si parla molto, il termine “amico” si usa molto, anche quando non c’entra nulla, anche quando è contro-intuitivo, osceno.
Come quando un tuo inter-locutore, di lavoro e non, cambia tono, diventa confidenziale e cerca di stabilire una modalità amicale, proponendoti un altro terreno relazionale dove valgono altre leggi, un terreno sacro dove riti e significati si capovolgono, ma che in quel momento ti appare come una caricatura blasfema dell’amicizia.
È una cosa complessa da dirsi, perché le relazioni cui dobbiamo tutti i giorni volenti o nolenti sottoporci sono sempre ritualizzate e difficili: luoghi di sofferenza autentica, silenziosa, reciproca, luoghi di tortura dell’umano sull’umano dove si gioca la partita della prevalenza, quando non della prevaricazione.
Mi domando se al di là di alcune amicizie infantili, assolutamente pure ma di breve durata, io sia mai riuscito a stabilire un vero rapporto di amicizia, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, nella ricchezza e nella povertà, con qualcuno.
Le mie amicizie sono sempre svanite, evaporate, oppure hanno trovato uno scoglio e si sono raffreddate, quando non si sono volte in ostilità, talvolta in disprezzo e delusione.
Oppure, ed è il caso più frequente, sono rimaste lì, in un limbo di cose irrisolte, senza diventare niente di significativo, ma senza per questo morire: così ci si sente e ci si invita a cena e quando ci si incontra, magari per caso, ci si scambiano affettuosità e baci e abbracci e poi dopo un po’ si dice ciao. Ciao & ciao, ci vediamo presto, eh?.
*N.B. il vino francese o lo paghi una tombola, oppure, a parità di prezzo, è decisamente inferiore al nostro.
Scritto da: tashtego a
14:53 | link |
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