Portami qualche disco di jazz, avevo detto a mia sorella che partiva per l’America, dove sarebbe restata un paio di mesi.
Quale?
Non so, vedi tu.
Ritornò con un pacchetto di quattro album, che comprendeva un disco di Jelly Roll Morton, Night in Tunisia di Art Blakey coi Jazz Messengers, un disco che non ricordo (forse di Benny Goodman) e questo qui sotto.
THE MODERN
JAZZ QUARTET
AT MUSIC INN
GUEST ARTIST:
SONNY ROLLINS
Si tratta di un live registrato nell’agosto del 1955 al Music Inn di Lenox, Massachusetts.
Ormai mi è chiaro che mia sorella si dovette far consigliare dal negoziante di dischi, il quale buttò lì qualche titolo tra i suoi preferiti di diverse epoche e paradigmi jazzistici.
Stiamo parlando della fine dei Cinquanta, forse dei primissimi Sessanta.
Quell’uomo – sicuramente era un uomo, perché “le donne odiano il jazz” – quel commesso americano di chissà dove, che non ho mai conosciuto, avrebbe determinato per sempre gran parte dei miei gusti musicali, al punto che l’avvento della musica rock, che è di quegli anni, non riuscì a coinvolgermi più di tanto: mi sembrava un sotto-prodotto del jazz, che peraltro conoscevo praticamente solo attraverso quei quattro dischi e quelli che successivamente mi avrebbe prestato l’amico Antonio, mio coetaneo quasi perfetto e maestro in alcune cose.
Quando altri amici, completamente infatuati del rock prima e poi del pop, durante lunghe sedute pomeridiane in cui tra noi si scambiavano opinioni e album, mi facevano ascoltare i loro dischi, io dicevo: sì, ma senti qui.
E mettevo su Night in Tunisia, magari per dimostrare che l’accentuazione ritmica tipica del rock non era niente di nuovo.
Lì per esempio c’è un assolo pazzesco di Art Blakey che pare avere otto braccia e la padronanza assoluta di uno sterminato parterre di tamburi e campanacci: Ringo Starr, per dire, sarebbe stato al massimo degno di dargli una spolveratina agli strumenti.
Naturalmente dopo un po’ non mi chiesero più di venire, oppure mi dicevano: vieni, ma senza portare i tuoi dischi.
Quindi il jazz rimase per anni una faccenda tra me e il mio amico - e maestro in alcune cose – Antonio, col quale poi cominciammo ad ascoltare Coltrane, man mano che usciva anche da noi.
Quel commesso americano determinò quel tanto di emarginazione che subii in quegli anni a causa di questa dubbiosa adesione alla musica del tempo, che mi pareva povera, elementare e, soprattutto, sentimentale.
Forse la mia avversione per l’esibizione sentimentale e l’enfasi deriva da quei primi dischi di jazz, che tuttavia sono così pieni di emozioni da “funzionare” perfettamente ancora oggi.
Eccetera.
Nei transiti da una vita all’altra avevo perso tutti e quattro questi dischi, che per quanto mi riguarda chiamerei “di fondazione”.
Smarriti, e ciao.
Ma poi col passare degli anni alcuni passaggi di quelle musiche, che praticamente avevo imparato a memoria, cominciarono a ri-affacciarsi alla mente e così l’altro giorno ad un megastore Virgin di Londra ho cercato, trovato e ri-comprato questo cd live del Modern, con Sonny Rollins come guest artist.
Più tardi avrei ascoltato il MJQ dal vivo a Roma, dove suonava ciclicamente nell’Aula Magna dell’Università, contro lo sfondo del grande affresco di Sironi.
Effetto spiazzante vedere quattro neri in smoking, magri, compassati e intenti a trarre suoni dai loro strumenti, mescolarsi alle forme neo-trecentesche, ma intensamente fascistiche, del grande Sironi. Mentre ascoltavi Milt Jackson potevi concentrarti sul blu cobalto di quel cielo, dietro la grande roccia al centro del dipinto.
Una notte di molti anni fa, in Via del Corso, incontrai per caso l'intero quartetto mentre, sempre in smoking, stava tornando all’Hotel Plaza dopo un concerto, con Percy Heath (morto l'altr'anno) che spingeva avanti a sé una grande custodia da contrabbasso munita di una rotellina alla base.
Mi colpì in loro l’aria annoiata e la stanchezza di chi si guadagna la vita suonando, cambiando piazza quasi ogni sera, probabilmente senza guadagnare grandi cifre, ché il jazz non era un gran business, allora. E forse nemmeno adesso.
Non conosco granché della musica di Sonny Rollins, anche se ne conosco e apprezzo la leggenda.
Il primo ed unico disco in mio possesso dove si possano udire note uscire dal suo strumento è questo qui sopra.
Ed è fantastico
Suona solo due pezzi, Bag’s groove e Night in tunisia.
Il suo tenore ha una voce limpidissima, senza una sbavatura, perfettamente intonata e in fondo, come tutto ciò che riguarda il suono, non descrivibile.
Ogni nota è scrupolosamente staccata da quella che la precede e da quella che la segue, ha uno swing compassato ma fermo, indefettibile, senza una sola esitazione: mi rendo conto che potrei andare avanti a commentare per un pezzo, cadendo con tutte le scarpe in quel tipo di scrittura recensiva che, nello sforzo di mettere assieme termini e definizioni che producano un senso non banale e possibilmente sorprendente, costituisce il piatto forte di tanti prosatori.
Ho ascoltato per anni questo disco e adesso che lo ritrovo ne resto soggiogato, mi abbandono ad una qualche commozione, penso a questi musicisti che sono tutti morti.
Ma Rollins è vivo, con barba bianca, suona ancora.
Scritto da: tashtego a
18:31 | link |
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