
Prefazione di Silvia Bortoli
Postfazione di Gabriele Pedullà
Edizioni Le Lettere
Firenze 2008
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Sono nato in un quartiere geometrico di Roma, proprio nel centro (che si vede nella foto), e lì sono vissuto in diverse case sino all’età di ventisei anni.
Più tardi, incapace di staccarmene, ci sono tornato a vivere per qualche anno, fino ad una separazione che ormai mi pare definitiva.
Crescere nella geometria e nel controllo prospettico della forma urbis credo abbia avuto serie conseguenze sulla mia forma mentis e sul modo di percepire il resto della città e del mondo.
La mia ossessione per la geometria, ma soprattutto per l’esattezza, probabilmente viene da lì.
Da piccolo uscivo raramente dal mio quartiere e quando lo facevo era con mio padre, in macchina.
Allora dai finestrini vedevo qualcosa che non potevo approvare: fuori da Piazza Mazzini la città era una specie di caos, sia al centro che in periferia.
Non capivo perché si dovesse sempre dire della bellezza di “Roma vecchia” che a me appariva invece come una pappa senza senso di casette ammucchiate l’una sull’altra, interrotta da slarghi inaspettati, da pozze di luce su cui incombevano chiesacce nere di sporco, dai cornicioni curvilinei, anche quelli ammucchiati uno sull’altro.
Della periferia mi stupiva lo sfasciume e la continua mescolanza degli oggetti, la presenza di enormi caseggiati e di casette, di sterminati baraccamenti, gli sterri, le ferrovie, i cantieri gli stradoni appena fatti, polverosi, le file interminabili di pali e fili elettrici intrecciati come una specie di cesta che ricopriva certe zone, i ruderi, anch’essi neri di sporco.
Mi feci l’idea che fuori dal mio quartiere il mondo fosse un caos di confusione, sciatteria, inesattezza.
Le cose fuori di lì apparivano senza capo né coda, senza nulla che avesse un ruolo nemmeno lontanamente paragonabile a quello della Grande Piazza Centrale del mio quartiere, dispensatrice di Forma e Regolarità, alla quale tutti gli altri spazi lì intorno mi apparivano logicamente sottomessi.
Non riuscivo a capire perchè mi si dicesse della bellezza metti di Piazza Navona, che a me sembrava invece una cosa incompiuta e mal riuscita, piena di storture e irregolarità che forse sarebbe stato meglio correggere invece di deliziarsene.
Senza parlare dell’avversione che sviluppai per l’archeologia e per ogni tipo di reperto e rudere: saranno anche cose antico-romane, pensavo, ma perché dobbiamo tenercele a tutti i costi, se ormai sono ridotte così male e non possono più servirci a nulla?
Perché dobbiamo tenerci queste fosse immonde piene di gatti, erbacce, rifiuti, solo perché le hanno costruite gli antichi romani?
Non mi rendevo conto che nella mia testa si stava costruendo quella che poi, a distanza di molti anni, ho sentito definire acutamente come “visione mazzino-centrica del mondo”: il mondo visto da Piazza Mazzini.
Così come non sapevo che la stessa sindrome stava colpendo molti tra i miei coetanei nati lì, nel piccolo regno delle strade larghe e della regolarità: un imprinting spaziale, che avrebbe marcato tutti noi per il resto della vita.
Oggi mi sembra di sapere che l’ordine del tessuto di una città, quando c’è ed è percepibile, può paragonarsi alla struttura di un testo e si sa che testo e tessuto hanno lo stesso etimo, textum, intreccio.
Nel mio quartiere di nascita domina la composizione ipotattica, perché quasi tutte le strade e gli edifici sotto stanno alla dominanza dello spazio centrale, dove, secondo il modello della Parigi di Hausmann, tutto converge.
Ma più in là, allontanandosi dalla forza gravitazionale di questo centro, vuoto e disutile se non come generatore di forma, ci trovi aree paratattiche, dove regna una maglia regolare e gli isolati si allineano uno via l’altro, come in un elenco.
Non so dove, nel mio quartiere di nascita, si potrebbe affermare che il tessuto si declina secondo un sistema di relazioni riconducibile alla forma sintattica del discorso, cioè capace di produrre significato, né saprei dire quando e dove la forma della città produca da sola (cioè unicamente in virtù della propria struttura) significato, né in quale lingua parli, né di quale significato possa trattarsi.
Oggi vivo la lontananza da questi luoghi con una certa sofferenza, come una sorta di espulsione definitiva dall’eden delle certezze in cui ero cresciuto, con la casa di famiglia che pareva un fortilizio inespugnabile ormai venduta da anni, la famiglia dispersa, i genitori scomparsi e smarriti in un lontano cimitero a palazzine dove regna lo stesso disordine insensato della città esterna, la sofferenza del vivere nella privazione della logica geometrica, nell’inesattezza diffusa, alla quale tutti, qui fuori, sembrano abituati.
Appena posso torno a Piazza Mazzini, cammino le strade, i marciapiedi larghi, trovo le cose cambiate, ma molto poco: ogni volta è una specie di approdo necessario alla chiarezza perduta, nel tentativo di ritrovare, anche solo per qualche ora, conforto nella coincidenza tra forma mentis e forma urbis.
Beati quelli che hanno potuto restare a vivere qui.
(Questo appunto si è costruito prendendo spunto dal bellissimo post di Lumicino, intitolato Non c’è vita fuori delle mura, che trovate qui: http://lumicino.splinder.com/.)