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L’avvocato abitava sul nostro stesso pianerottolo, assieme alla madre e al padre. L’incontravo spesso sulle scale al mattino quando andavo a scuola, talvolta in ascensore, ma più raramente, perché era uno sportivo e si faceva volentieri tre piani a piedi. Occorreva salutarlo come da prassi e obbligo formale potentemente inculcatomi da autorità superiori: sulle scale non si fischia non si canta si saluta e si cede il passo, sempre. L’avvocato e suo padre mandavano avanti un affermato studio legale nei dintorni, avevano la puzza sotto il naso e al saluto rispondevano con sufficienza et diffidenza. Anche, anzi soprattutto, un ragazzino percepisce queste cose. A casa venivano chiamati l’avvocato senior e l’avvocato junior, in pratica a-esse e a-gei. Perfetti rappresentanti del Generone, vestivano sempre di scuro, sempre in giacca e cravatta, a-gei usciva con passo elastico e veloce, con una borsa di pelle sotto il braccio, sorpassandomi regolarmente mentre vi avviavo con tristizia a prendere l’autobus per andare a scuola. Mai più di buongiorno-buonasera, nemmeno con i miei. Se ci fosse metti finito il sale, oppure lo zucchero, mai e poi mai avremmo pensato di andare a chiederlo a loro.
Da un certo momento in poi si cominciò ad incontrare a-esse molto raramente e sempre accompagnato da qualcuno, da a-gei o da una badante. Poi morì e fu fatto il classico FGR (Funerale-da-Generone-Romano), suppongo, perché questo si evinceva da alcuni tipici indizi. Anche queste cose un ragazzino le percepisce. A-gei seguitava apparentemente la sua vita normale, mai lo vedevi con una ragazza, ma era sempre inappuntabile e altezzoso come sempre. La madre non si vide mai più. Poi cominciai ad incontrarlo in momenti della giornata non usuali. Frequentavo l’università e andavo e venivo a tutte le ore. Tornava a casa metti alle undici, quando io uscivo. Oppure usciva verso le sei del pomeriggio. Sempre in completo scuro, ma spesso, sempre più spesso, anzi, non si metteva la cravatta. Non rispondeva più al saluto e ormai prendeva sempre l’ascensore. Quando lasciai la casa dei miei, a-gei era ormai andato di testa: lo incontravi a tutte le ore, sempre più trasandato, fumava in continuazione, parlava da solo, lo sguardo fisso, i capelli arruffati, invecchiato di dieci anni in poco tempo. I suoi occhi si erano come rimpiccioliti e gli si erano formate molte rughe ondulate sulla fronte, il colore della pelle era grigio, e aveva nere occhiaie sulle guance, diventate flaccide. Era ancora molto giovane, ma sembrava decrepito, camminava sempre più lentamente, con la testa incassata sulle spalle, come se temesse di ricevere una tegola da un momento all’altro: un tracollo. Non andava da nessuna parte, si fermava sul marciapiede di fronte e restava lì ore all’impiedi, fumando decine di sigarette. L’ultima volta che lo vidi - ero andato a trovare i miei poco prima che vendessero quella casa: l’avevo supposta un fortilizio indistruttibile, oltre che un bene inalienabile – l’avvocato junior era in canotta, bretelle, ciabatte e fumava con mani tremanti. Quando attraversò la strada vidi che aveva una larga chiazza di merda sul retro dei pantaloni.
Questo era a proposito di vite perse.