
Prefazione di Silvia Bortoli
Postfazione di Gabriele PedullĂ
Edizioni Le Lettere
Firenze 2008
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Il nostro immaginario risiede ancora presso di noi, oppure si è trasferito altrove?
Il mondo in cui vorremmo vivere fa ancora parte del nostro futuro? Siamo ancora intenzionati, come in passato, a costruircelo, oppure ne abbiamo adottato uno, o forse più d’uno, costruito da altre culture?
Non sono sicuro che così la domanda sia posta correttamente, ma provo ad andare avanti.
A farci caso ci si accorge che, da qualche decennio a questa parte, nel cinema e nella pubblicità, soprattutto televisiva, l’ambiente reale in cui viviamo - voglio dire: vive la maggior parte di noi - semplicemente non c’è: abolito.
La città e la sub-città, ma anche la campagna, le coste, eccetera, tutto l’ambiente che quotidianamente viviamo e penetriamo con fatica, quello stesso che abbiamo costruito e che seguitiamo a costruire, nella pubblicità, ma anche nei film, non c’è.
Al suo posto troviamo in alternativa e qualche volta in parziale concomitanza: brandelli di natura nostrana particolarmente belli e intatti, ma ormai rarissimi; angoli di centro storico (di solito medievali) appartenenti a città più o meno grandi; ambiente rurale super selezionato, tipo Chiantishire, oppure del tutto inventato, tipo Mulino Bianco; ambienti urbani super moderni, ma di altri paesi, che qui da noi sono molto rari; ambienti americani, soprattutto, di ogni tipo: dal deserto, alle grandi strade inter-statali, ai grattacieli, eccetera; e infine ci ammanniscono natura tropicale, tipo isole e barriere coralline pre-tsunami.
Architetture meravigliose, ponti immensi, edifici di cristallo, oppure di un modernismo bizzarro, oggetti e case trendarole e minimali che nessuno possiede, non per carenza di risorse, ma perché qui manca la cultura adatta a produrle: tutte cose immaginate che da noi non esistono.
Forse ho dimenticato qualcosa, ma mi pare del tutto evidente, che, almeno nella pubblicità e nel cinema, gli italiani semplicemente rifiutino l’ambiente in cui normalmente risiedono.
Mai che si veda che ne so, la costa adriatica, o quella laziale, o addirittura quella calabra o siciliana dove va in vacanza la maggior parte della gente.
Mai le periferie dove vivono milioni di persone.
Al massimo intravedi l’EUR di Roma, luogo che pubblicità e cinema preferiscono da più di cinquant’anni.
Mai la Tiburtina, la Tuscolana, la Casilina, mai le conurbazioni del nord-est e della Brianza, mai le fabbriche di Prato, mai o quasi mai le tangenziali, eccetera.
Il degrado del territorio dove viviamo lo mostrano, ma molto intenzionalmente, solo quei film o documentari che abbiano un intento de “denuncia”.
Pubblicità e cinema sono mezzi di comunicazione che hanno a che fare in modo diretto con l’immaginario: lo creano e lo mantengono in vita, lo modificano, lo inoculano nelle nostre menti, dove va a formare o a rafforzare blocchi memetici molto solidi, quasi inattaccabili.
Credo che si tratti di un effetto ping-pong, nel senso che l’immaginario collettivo si riflette nella tv e nel cinema e da qui viene rilanciato nelle menti di tutti, e così via, sino alla creazione di veri e propri ultra-mondi inesistenti, ma molto potenti.
Ne consegue che il paese in cui realmente viviamo, almeno per ciò che abbiamo costruito negli ultimi sessant’anni, ci fa schifo e tuttavia seguitiamo a costruirlo, perché la nostra mente vive altrove e si incanta di altri luoghi irraggiungibili.
Un Paese intero vive in un “altrove” mentale del tutto artificiale, costruito da culture più moderne e fattive, che ci inviano immagini di sé capaci di incantarci e dalle quali assorbiamo ormai tutto, a cominciare dalla lingua.
Mi sono fatto l’idea che una cultura che distoglie per così tanto tempo lo sguardo da sé, che non sa più costruire parole nuove e per il nuovo, sia una cultura terminale.