Ritorno su quella frase di Pasolini, colta al volo, tempo fa, durante la presentazione in tv di un programma sullo scrittore.
Altri tempi davvero.
“Non credo nello sviluppo, ma credo nel progresso”.
Metto in corsivo le due parole per marcarne la presenza ingombrante in una frase così breve, semplice e assertiva.
E profonda, aggiungo.
La sua profondità sta anche nella capacità di restituirci, come in un lampo di flash, un’epoca, una cultura e una stagione politica in cui ancora esistevano, e si scontravano, due visioni del mondo nettamente contrapposte.
Se oggi i concetti di sviluppo e progresso tendono a coincidere, anzi nella coscienza dei più si presentano come decisamente sovrapposti, c’è stato invece un tempo in cui il mantenerli ben distinti implicava una netta presa di posizione sull’ordinamento politico, economico e sociale esistente.
Lo sviluppo era cosa che competeva, diciamo, essenzialmente e “naturalmente” al capitale.
Il progresso era un’altra cosa, era un cammino dal quale il lavoro, la gente, gli operai, non dovevano farsi distogliere.
L’obbiettivo ultimo, con infinite tappe intermedie, erano la giustizia sociale, la garanzia del rispetto dei diritti fondamentali di tutti, come la salute, lo studio, la casa, i servizi di base, l’emancipazione femminile, la mitigazione o meglio l’eliminazione dello sfruttamento sul lavoro, la sicurezza sociale, eccetera.
Molte altre nuove dotazioni potevano a buon diritto essere ammesse nel paniere del progresso, inteso come la “messa a sistema” dei diritti, in un processo considerato irreversibile, dal quale si credeva, allora, non fosse più possibile tornare indietro.
Progresso era il nome che si dava alla capacità degli umani di mettere in comune parte del surplus, vale a dire dell’agio che una società è in grado complessivamente di produrre nel tempo.
E anche qui, tra parentesi, è possibile distinguere lo sviluppo come processo naturale, dunque di destra, dal progresso come capacità culturale di estrarne vantaggi per tutti, dunque di sinistra.
Senza indulgere nell’immagine di un Pasolini - da me allora e adesso certo molto amato – di un Pasolini, dicevo, come di un vate, capace di leggere presente e futuro con lucidità inaudita, è senz’altro evidente che a lui fosse chiaro quello che allora si cominciava appena a intravedere: un processo di accumulazione sfrenata e di irresponsabile spreco di massa, che stava sommergendo non solo le identità locali et contadine residue (la “felicità naturale” la chiamava: mai mi ha convinto su questo), ma anche le istanze di giustizia sociale, di re-distribuzione del reddito e al limite, di rivoluzione, che provenivano dalla classe operaia.
Così, se al compiersi della maturazione della prima fase dell’era industriale si poteva parlare di progresso come essenzialmente di un avanzare della scienza & della tecnica (che sono tuttavia cose molto diverse tra loro), in seguito si dovette distinguere, come fa Pasolini, tra sviluppo e progresso, mentre oggi la sinistra, sciocca e omologata, parla di “qualità dello sviluppo”, mettendoci dentro, come se fossero uguali, i bisogni e le percezioni di ricchi e poveri, dominati e dominanti.
Certo, esiste una porzione di destino che è in comune, non solo a dominanti e dominati, ma anche a progresso e sviluppo - il primo utilizzando almeno in parte il surplus del secondo e il secondo giovandosi come fattore implementante (come sa bene il capitale illuminato), e non solo, delle conquiste del primo – ma la sinistra dovrebbe innanzi tutto sapere che, basicamente, se non hai la casa, se hai poco da mangiare, se non hai lavoro o il tuo è un lavoro da bestia, eccetera, quello è per te innanzi tutto, ciò che deve darti uno “sviluppo sostenibile”, e quello te lo dà solo il progresso.
Se affermo che oggi “la sinistra è la continuazione della destra con altri mezzi” (Lenin lo affermava con sarcasmo) è perché non è nemmeno più in grado di distinguere tra questi due concetti fondamentali, che Pasolini usa invece con assoluta chiarezza e nella piena tranquillità di essere (allora) pienamente compreso.
Scritto da: tashtego a
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