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Prefazione di Silvia Bortoli
Postfazione di Gabriele PedullĂ 

Edizioni Le Lettere
Firenze 2008

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lunedì, 07 novembre 2005
Ancora rebus

La Settimana Enigmistica mi provocava uno stato di incantamento, nel più generale incantamento dell’Estate: scrivo Estate con la maiuscola perché più che una stagione dell’anno era un’istituzione totale, un’altra vita in un universo parallelo e migliore.
La SE la leggevo solo d’Estate, quando passavo quattro mesi interi e filati di ozio al mare, salvo un feroce prelevamento di mezzo agosto di cui forse dirò.
Non me ne fregava nulla dell’enigmistica nella quale ero negato, e lo sono tuttora, come in tutti i giochi di attenzione, di carte, di destrezza & furbizia, d’intelligenza.
Della SE mi piacevano le liste di cazzate, le rubriche tipo Strano ma vero e le vignette.
Leggevo tutte le vignette e tutte le rubriche, scrupolosamente, ma ciò che mi incantava erano i rebus e alcune figurazioni complesse, affollate, tipo Aguzzate la vista o Quesito con la Susy.
La Susy era una specie di Brigitte Bardot, appena abbozzata e geometrizzata in disegni veloci che la ritraevano procacissima, in maglietta e pantaloni aderenti, corti al polpaccio con spacchetto, come si portavano allora.
I quesiti con la Susy erano roba per gente davvero brava.
 
Incantamento e sottile desolazione nei pomeriggi di canicola, sdraiato in canotta bianca e pantaloncini blu, sopra un letto coperto anche di tutta la sabbia che mi portavo addosso al ritorno dalla spiaggia, le persiane accostate, il silenzio della strada, le cicale sui pini del villone accanto, l’adolescenza confusa, aggressiva, stupida.
Finiti i fumetti, consunti per le letture e riletture, finite le riviste illustrate, Oggi e Gente, che mia madre comprava ogni settimana, compulsata in ogni dove, sin nei recessi remoti dei racconti settimanali, la rivista Grazia, restava solo La Settimana.
All’epoca non compravo libri, neanche ci pensavo.
Però leggevo quelli di mia madre e quelli di mia sorella.
Mia sorella era più grande di me di qualche anno ed ebbe per un certo periodo, mai più ripetutosi, un manzo colto che le prestava libri da leggere in buona quantità e, ricostruisco adesso, di buona qualità.
Dopo di lei, ma anche prima di lei, se abbondavano, li leggevo io.
Si trattava quasi sempre di edizioni della vecchia BUR, cioè la prima, inimitabile e oggi impensabile, collana italiana di libri tascabili.
Stampati in caratteri-formica – mia madre diceva in continuazione smettila di leggere quei libri che ti ciechi – costavano pochissimo e dentro c’era, metti, tutto Poe, Chesterton, Checov, eccetera.
 
Le edizioni che acquistava mia madre erano invece molto diverse: libri della collana verde La Medusa, edizioni Einaudi ben rilegate, e poi edizioni più andanti et popolari di cui adesso non ricordo il nome (Mondadori o Rizzoli?), ma dove trovavi Hemingway, Caldwell, Dos Passos, Faulkner – Santuario: non riuscii mai a leggerlo, ma cercai per anni tra quelle pagine la famosa scena dello stupro mediante pannocchia di granoturco, senza mai trovarla – assieme a roba più andante, come Pearl S. Buck, Cronin, Maugham, eccetera.
Le illustrazioni che i libri di questa collana mettevano in copertina e quelle che introducevano i racconti di Grazia erano il prodotto della stessa mano e mi piacevano, ma mai come quelle del sublime Ferenc Pintér apparse più tardi un po’ ovunque, ma soprattutto sugli Oscar Mondadori.
E mai come quelle di Karel Thole su Urania.
Mai come quelle che l’inarrivabile e tuttora misconosciuto maestro Kurt Caesar disegnava per i primissimi Urania, per Il Vittorioso e per Il Monello.
Ho letteralmente adorato Pintér, Thole e Caesar.
Mentre i primi due sono vecchi ma probabilmente vivi, Kurt Caesar probabilmente no, ma vedo che in rete è oggetto di culto e mai nessuno se lo è meritato più di lui.
Di questi disegnatori mi affascinava la maestria del gesto, visibile soprattutto in Pintér, che vi basava gran parte della sua poetica di sintesi estrema, abilissima.
Caesar era invece un minuzioso ed eccelleva sul Monello nella saga di Roland Eagle.
Thole il più corrivo, ma molto immaginifico e metafisico, magrittiano, disegnò famose copertine di fantascienza.
Tutte queste notizie possono essere sbagliate o imprecise e io odio sopra ogni cosa l’imprecisione.
Chiunque sia in grado di correggermi lo faccia.
 
Dunque i versi della serie rebus sono nati molto dopo, ma si riferiscono proprio alla SE di quegli anni.
Le caratteristiche di un rebus illustrato sono, oltre al senso nascosto di cui non me ne può fregare di meno, ma non tanto, la totale oniricità.
Un rebus illustrato ha le stesse caratteristiche di un sogno - compreso il senso nascosto diranno freudianamente i miei piccoli lettori.
Sì, compreso il senso nascosto dei sogni, ma solo se i sogni hanno un senso nascosto, come dicono.
I sogni sono fatti di frammenti narrativi dotati di senso, continuamente interrotti, così come i rebus della SE sono composti di oggetti, cose, persone di per sé riconoscibili ma totalmente straniati gli uni dagli altri.
Il procedimento di Magritte, Delvaux, forse prima di loro di De Chirico, e di molti altri è praticamente lo stesso del creatore di rebus per la SE.
Ma in De Chirico, Magritte, Delvaux e tutti gli altri, non c’è un senso nascosto da decifrare per costruire il quale è stata definita l’immagine: le loro figurazioni sono totalmente enigmatiche, cioè sono enigmi senza soluzione e perciò misteri.
Tuttavia, se non sapete risolvere un rebus della SE e avete 15 anni, forse meno, anche quello agirà su di voi come un mistero, mescolandosi al mistero e all’incantamento di quelle lunghissime estati dei primi anni Sessanta.
Era un tempo in cui non sapevo nulla di me stesso, anche se molto poco ne avrei saputo in seguito: vivevo alla giornata le mie estati, pronto ad accettare qualsiasi fonte di stupefazione.
 
Una carta geografica inchiodata su un muro, con strade e nomi di città toscane, Firenze e Prato, S. Miniato, l’Arno e i suoi affluenti, sullo sfondo una statua con iscrizione sul piedestallo, AMÒ LEANDRO, l’orizzonte occluso da un paesaggio insignificante, di cespugli.
Questo, nella SE di qualche giorno fa’, appositamente comprata, l’unico rebus che mi ha davvero rammentato quelli di allora.
Benché lo stile si sforzi di essere quasi identico a quello di sempre, si vede che la mano è cambiata, si è fatta leggermente maldestra.
Tuttavia il fascino della SE è rimasto quasi intatto e consiste nell’immutabilità di veste grafica e contenuti, nella permanenza dello stesso spirito di allora e di sempre, nella continuità pervicace della sua vuotezza.
Tutto è cambiato da allora, davvero tutto, tranne la SE.
Mai avrei potuto immaginare, mentre trascorrevo quei pomeriggi d’ozio silenzioso, che un giorno avrei potuto considerare quella rivista come un porto sicuro e protetto, nell’intollerabile mutare del mondo.   

Scritto da: tashtego a 19:01 | link | |


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