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Questa e altre preistorie

Prefazione di Silvia Bortoli
Postfazione di Gabriele PedullĂ 

Edizioni Le Lettere
Firenze 2008

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martedì, 22 novembre 2005
Il ribrezzo dell'acqua

Quello che vedi qui, da sempre l’hai già visto.
Ti sembra di conoscere già tutto, ci sei venuto altre volte.
Sei dentro un’icona irriducibile, straordinariamente forte e conosciuta: sembra inutile scriverne, parlarne, fotografarla.
Tutto quello che si poteva dire di Venezia è stato già detto, scritto, ritratto (ovunque girando per le calli vedi gente con enormi macchine fotografiche su cavalletti) et dipinto milioni di volte, eppure la città ti colpisce lo stesso enormemente, mentre esci dalla stazione, con la domanda che subito ti formuli: com’è possibile che esista una cosa del genere?
 
L’orlo della pietra sulle spallette dei ponti, lucidato dai panni di chi vi è transitato su e giù nel corso di secoli: a passarci sopra la mano, il marmo è come vellutato.
Questa città è di pietra, interamente.
Non è l’acqua l’unicità di Venezia.
Voglio dire non solo l’acqua, non principalmente l’acqua, ma la pietra.
Pietra ovunque, in verticale e in orizzontale, e mattone cioè terra-cotta, terra resa pietrosa.
L’opzione dell’artificio è totale, nessuna citazione di natura, gli alberi rarissimi, come i giardini.
Il resto è pietra lavorata, segata scolpita, smangiata dal tempo, dall’acqua, dall’aria, ma che è ancora lì, a fare il suo lavoro.
 
Data da decenni per spacciata, Venezia sembra invece ancora ben salda.
Separarsi dall’acqua e tenerla il più possibile lontana, distinta: questo sembra l’unico scopo della città, come ne avesse ribrezzo, come se l’acqua fosse antimateria.
Come se lasciata la barca, il vaporino, la gondola il motoscafo la galeazza, il brigantino il dinghy, abbandonato il naviglio all’attracco, l’unico scopo sia stato, e sia, dimenticare l’acqua opponendovi, ove possibile e il più possibile, la pietra, senza lasciare in vista nulla che sia a metà strada tra acqua a terra.
 
Venezia si esprime mediante un codice binario.
Pietra e acqua.
1,0.
Solido/liquido, queste due sole modalità opprimono.
Niente di incerto, niente terra, sabbia o fango, erba, cespugli, alberi, nessun compromesso tra i due soli modi in cui qui si può esprimere la materia.
La terra cruda su cui siamo abituati a vedere appoggiate le nostre città normali, qui non si vede da nessuna parte.
Ma forse nemmeno c’è, forse ci sono solo sabbia & fango coperti e foderati di pietra.
 
Mentre percorro al mattino Piazza San Marco - il cielo è limpido e tira vento freddo - vedo che dalla pavimentazione, attraverso fessure aperte tra le lastre di pietra, sgorgano polle d’acqua gelida che si spandono e già impediscono l’accesso alla basilica, mentre inservienti mal mostosi montano passerelle.
La repulsione collettiva per l’acqua improvvisamente ti pare logica, inevitabile, ti avvince.
È vero, quell’acqua fa paura e ribrezzo, appare minacciosa, destabilizza: che vuole quest’acqua? Quanto crescerà? E se non riesco a tornare indietro, stasera? Se tutto si allaga? E se la città sprofonda? Farò in tempo ad agguantare la valigia e prendere il treno per fuggire via di qui?
 

Scritto da: tashtego a 10:08 | link | |


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