Circa la domanda sull’inadeguatezza del moderno quando è chiamato ad esprimere il sacro, direi che è più vero per le arti di figura che per l’architettura, Mario.
Voglio dire che l’architettura moderna ha prodotto un certo numero di edifici significativi, come la chiesa di Ronchamp, il convento e la cappella de la Tourrette, di Le Corbusier, per citare solo i più conosciuti.
I motivi della migliore tenuta dell’architettura contemporanea in questo campo - la chiesa di Meyer a Roma, metti, o gli edifici sacri di Tadao Ando, di Louis Kahn, eccetera – probabilmente risiedono nel fatto che, per un edificio, il compito di esprimere il sacro è più facile.
Uso la parola “sacro” senza disporre al momento di una definizione esatta, che pure servirebbe.
L’architettura a pensarci bene è sempre stata sin dall’inizio un’arte astratta, i cui significati non hanno bisogno di un referente naturale, costruendosi invece secondo modalità logico-espressive quasi del tutto interne alla disciplina.
L’architettura di una chiesa in fondo ha gli stessi problemi di firmitas, utilitas e venustas di qualsiasi altro edificio, con la differenza del doversi prendere cura del suo abitatore temporaneo, non solo sotto il profilo del comfort, ma anche di quegli speciali sentimenti religiosi che lo conducono lì.
Una chiesa è una capsula emozionale che usa essenzialmente la luce per realizzare i propri scopi di parziale de-privazione sensoriale, come richiesto da ogni liturgia e raccoglimento e meditazione.
La chiesa esclude momentaneamente il mondo - ex cludere: lo chiude fuori – lasciandone filtrare solo alcuni fenomeni, come la luce.
Le figure sacre che popolano la chiesa contemporanea stanno invece nelle peste: di solito si dice che sono “stilizzate”, vale a dire slungate e filiformi, oppure solo accennate, alluse, come se fosse impossibile oggi – e di fatto lo è – raffigurare una Madonna, un Cristo, un San Giuseppe, eccetera, nei termini diretti di un tempo.
Notavo con un certo disagio, per esempio, il Crocifisso “stilizzato” che sormontava il pastorale di Giovanni Paolo II, come se per certi temi fosse impossibile un aggiornamento, una reductio all’oggi, a quello che sentiamo di essere, ammesso che se ne sappia qualcosa.
Ci torno su.
Scritto da: tashtego a
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