La cosa che più di tutte faceva incazzare mio padre era che a tavola si rovesciasse qualcosa. Quando accadeva, e accadeva spesso, visto il numero dei partecipanti al desco, il pranzo, o la cena, praticamente andava a monte.
Inutile dire: non l’ho fatto apposta, mi è sfuggito dalle mani, mi spiace.
Inutile scusarsi, palesare pentimento, contrizione, prostrarsi con umiltà ai suoi piedi.
Rispondeva che a tavola le cose si maneggiano con attenzione e andava avanti urlando & insultando per mezz’ora.
Ma poteva anche darsi che passasse alle vie di fatto, che ti menasse direttamente, senza passare per fasi verbali e introduttive. Dipendeva.
Magari aveva passato una brutta giornata, aveva problemi con le banche, insomma rogne di lavoro, anzi di Lavoro, che il suo Lavoro, che lui amava/odiava, noi lo odiavamo senza amarlo nemmeno un po’, visto l’effetto che gli faceva lavorare.
Qualche giorno fa mi veniva in mente tutto questo per una di quelle concatenazioni bislacche che ogni tanto mi si innescano nella corteccia.
Il numero di Alias di questa settimana riporta la notizia dell’uscita in Italia di un romanzo americano del 1969, Fat city, di Leonard Gardner.
Da quel romanzo, nel ’72, John Huston trasse un film (Città amara) che mi si impresse nella mente, soprattutto la scena di una bottiglia di ketchup piena che cade sul pavimento della cucina di una coppia di sfigati poveri e male assortiti (Susan Tyrrell e Stacy Keach) e si rompe, provocando una lite devastante tra i due.
Quel ketchup sparso sul pavimento diventa l’emblema del fallimento e della catastrofe umana nella quale da tempo la coppia sta “sprofondando”.
Un evento caotico, irreversibile, che funziona da catalizzatore/rivelatore della crisi eccetera.
Anch’io odio i bicchieri che si rovesciano, i liquidi che si spargono e intridono, colano nell’asciutto, devastano le cose che vorresti rimanessero secche, eccetera.
Massimo evento catastrofico di questo tipo è la Bottiglia Piena d’Olio che cade sul pavimento,meglio se di cotto.
Non amo affatto riconoscere in me i difetti di mio padre e quindi non amo odiare le cose che si rovesciano e non amo incazzarmi con chi le rovescia, ma non posso farci niente.
Gli addetti al settore stanno capendo che gran parte delle nostre caratteristiche, cosiddette personali, fisiche & caratteriali, è di origine genetica (Nature via nurture, di Matt Ridley che in italiano è diventato Il gene agile, Adelphi 2005) e che solo la cultura può tenere a bada le più sgradevoli e indesiderate.
Io non desidero incazzarmi perché un recipiente si rovescia sulla tavola o cade sul pavimento, tuttavia lo faccio lo stesso, è più forte di me, non ostante odiassi mio padre quando si riduceva una bestia umana al rompersi di un bicchiere.
E lo odiassi anche in ogni altra occasione.
C’è una parte molto rilevante di me che non sopporto: è quella in cui riconosco mio padre, la parte di mio padre che è in me.
È morto da quindici anni, ma spesso lo vedo che mi guarda da uno specchio o, per strada (mio padre diceva “per istrada”, altra cosa che odiavo), da una vetrina: ma naturalmente sto guardando, con ribrezzo, la mia immagine riflessa.
Però una volta, in sogno, mi ha telefonato, rompendomi (ancora!) le palle su non ricordo cosa, e gli ho chiesto “papà da dove telefoni?” e lui mi ha tipicamente risposto: “lascia stare, fatti gli affari tuoi”.
Genetica a parte, io dispongo anche di una specie di spiegazione per l’idiosincrasia delle cose versate e la disperazione che ne deriva.
Per me un semplice bicchiere che si rovescia sulla tavola, bagnando il tovagliolo e soprattutto il fondo della rosetta di pane poggiata vicino al piatto, eccetera, è una specie di rivelazione del caos che sta sotto la vernicetta di ordine e geometria che conferiamo al mondo.
Non solo.
È simbolo fattuale, cioè in altre parole esempio concreto e improvviso, dell’irreversibilità della freccia del tempo, dell’impossibilità di riavvolgere il nastro, dell’imprecisione dei nostri gesti, della tendenza del tutto a ritornare appena può ai primordi, delle sostanze a mescolarsi di nuovo per ridiventare l’unica immensa palla di pongo degli Inizi (oppure a ri-comprimersi nel minuscolo nocciolo primevo dell’Universo, “infinitamente denso” qualsiasi cosa ciò voglia dire).
Un bicchiere che si rovescia si oppone alla separazione che imponiamo agli oggetti disposti su una tavola apparecchiata:
- qui l’acqua e lì il vino;
- qui i piatti, perfettamente rotondi e vicino i bicchieri (cilindrici e tronco conici, a calice, eccetera) e le posate in ordine preciso, il tovagliolo, il pane;
- qui il cibo - di diversa natura e consistenza, che da noi (in Cina no, per esempio) è cucinato secondo la distinzione aristotelica tra sostanza e accidente - servito nei suoi specifici contenitori, affinché non si mescoli al resto e agli altri cibi in particolare;
- olio e aceto in bottigliette, raggruppate assieme a sale e pepe, anch’essi distinti;
- eccetera.
Primo, secondo, contorno, frutta: ogni cosa appare organizzata e concettualizzata e separata dal tutto, a giocarvi un ruolo preciso, ad entrare in scena né prima né dopo di quando è giusto che lo faccia, eccetera.
Il rovesciamento di un recipiente vanifica tutto questo, intridendo e mescolando, formando composti non voluti, non-previsti, come che so, l’aceto che cade sulla mozzarella, il grumo de purè nel bicchiere di vino e come dicevo, il fondo della rosetta di pane fresco irrimediabilmente ammollato dall’acqua.
Il pane fresco mollo d’acqua, capisci? Posso a malapena concepire l’ammollamento, gestito e voluto e controllato di quello secco, le friselle, non so. Ma quello fresco, caldo, croccante, il pane nel suo stato supremo, cioè subito dopo essere stato sfornato e subito dopo un libero, lento raffreddamento, il pane come lo intendono i francesi, cioè come una cosa che dura lo spazio di poche ore, prima di diventare non-mangiabile, perché sostituibile con altro pane, quello croccante del giorno successivo. Quel pane lì, come sublime condizione della materia, che si ammolla d’acqua – peggio se di vino - nella parte sotto-stante, dalla quale occorre separarlo in fretta per salvare almeno la calotta superiore. Come dare torto al vecchio, dopotutto?
Scritto da: tashtego a
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