Mentre la nave esce dalla baia di Halki finisce che noi saliamo sul ponte deserto. La schiena al riparo contro una parete di acciaio smaltata di bianco, sediamo su sedili di plastica, talmente sporchi che occorre prima passarci sopra un kleenex, mentre la vista si apre tutta intera verso poppa.
C’è vento e fa un po’ freddo, ma da lì si può osservare bene il sole che cala all’orizzonte, cedendo tutto il rosso al cielo al mare alla tettoia lercia di eternit blu che sovrasta il ponte inferiore, ma anche al profilo di Halki, sempre più lontana e le lontanissime scogliere bianche della costa sud di Rodi.
La Cornaros si inoltra decisa nel braccio di mare che separa Halki dalla prossima isola, Karpathos. Basta alzarsi e andare verso prua, percorrendo il ponte dipinto di verde - viscido di umidità che nella luce radente mostra inaspettate, ma non tanto, ondulazioni e irregolarità - per vederla già stagliarsi sempre più viola nella luce calante di occidente.
Andare da poppa a prua di una nave percorrendo una specie di lungo ballatoio aperto sul mare, la murata alla tua sinistra e tutta la nave sulla destra, con oblò e ogni tanto una porta che si richiude a molla, che per aprirla devi fare forza, le scialuppe appese dipinte di arancio, i contenitori di giubbotti di salvataggio come lunghi sedili dove ogni tanto qualcuno dorme, verricelli e meccanismi a motore, coperti di strati e strati di vernice che tu pensi non possano funzionare: se qualcosa va storto non funzioneranno mai, bisogna procurarsi un giubbotto e lanciarsi in mare, l’acqua è calda si dura una notte intera, anche più: misuriamo l’intera nave con i passi, la sacra nave bianca e vecchia e sporca che ci salva dalle acque e che anche stanotte non ci tradirà.
Quanto manca? Un’ora? Due ore? Il vento che arriva da occidente lo conosco bene ed è sempre più forte. Su quel lato del ponte non si può stare. Dalla murata arriva un pulviscolo marino denso di sale, che mi infradicia e copre subito le lenti degli occhiali. Tutto improvvisamente si opacizza. Lecco con cura le lenti per evitare che si righino col sale, prima di asciugarle col kleenex, che rimetto in tasca: non me la sento di gettarlo via, in mare: è troppo bianco in mezzo a tutto quel viola.
La Cornaros è ormai vecchia, questo si vede bene. Mani su mani di vernice bianca e verde stese su usura e ruggine. Non ha l’aspetto di una nave mediterranea, com’era un tempo per la Canaris e ancor più per la Panormitis. Questa qui è tutta chiusa, compatta, massiccia, quadrata. Un tempo ha fatto servizio in Scandinavia, sul Baltico, è costruita per quei mari. La Canaris era stata italiana. Ceduta come debito di guerra nel 1945, era ancora in servizio verso la seconda metà degli anni settanta. Aveva un altro disegno, era snella, con grandi aperture inclinate in avanti a conferire eleganza e senso della velocità, ma infinitamente più lenta di questi anziani e potenti traghetti scandinavi, venuti a invecchiare e probabilmente a morire in climi più miti.
Un’isola che scompare lentamente, a poppa, e una che progressivamente si precisa sempre di più, a prua. In mezzo, come un ponte, questa nave investita in pieno dal vento di nord ovest e il sole ormai tramontato che lascia un chiarore rosso, giallo, viola, a sfinirsi lungamente sulla linea sfumata d’orizzonte. Di Halki immersa nella foschia si vede ormai solo il profilo della montagna, contro il cielo più chiaro. Rodi sulla destra è praticamente scomparsa, la Cornaros è in mare aperto. Se da questo punto metti la prua a nord-nord ovest, arrivi dritto in Tessaglia senza incontrare terra sul tuo cammino. È una sorta di canale ininterrotto che fa alzare l’onda molto più che altrove, in Egeo. Nelle notti di buriana la Panormitis non vi si avventurava. Restava nella baia di Halki, al sicuro, e allora si dormiva tranquilli sul ponte, disturbati solo dalle continue ripartenze dei compressori dei frigoriferi.
Sto ritornando, ancora una volta.
Mi afferra di nuovo il senso del mare.
A prua il vento ti butta quasi a terra, non si vede quasi nulla. Gli occhi abbagliati dal neon delle lampade di poppa, percepiscono solo gli oggetti bianchi, il profilo semicircolare della murata. Alta dietro di noi, la vetrata lunga e obliqua della plancia lascia intravedere sagome umane che chiacchierano e fumano, nella luce rossa degli strumenti di timoneria. Due strani oggetti simmetrici che emergono per un paio di metri dalla coperta e ci fanno da riparo. Man mano che la luce del cielo diminuisce le stelle si fanno sempre più brillanti e nette, stagliandosi una per una. Dritte di prua le luci del villaggio. Non dovrebbe vedersi il faro, già da un pezzo? Dov’è il fanale di Thalassopunta? Ancora si percepisce la linea delle montagne di Karpathos. Da dove la vedi abbassarsi il vento si precipita a mare con potenza raddoppiata, la spuma che si alza ad ogni lunga raffica arriva polverizzata fin quassù. Ecco i lampi del fanale, umiliati dai nuovi lampioni installati lungo il battuto di cemento che segue tutto l’arco della spiaggia. Potenza verdastra del neon che di notte si sparge sul mare, per chilometri, interferendo persino con le stelle.
A parte i riflessi lontani delle luci del villaggio e dei lampi del faro, che adesso, debolmente, si vede, l’acqua è sparita nel buio e la nave sembra immobile, sembra navigare nell’aria, senza il minimo movimento laterale o longitudinale dello scafo. Solo l’acqua nebulizzata che i refoli ci sbattono in faccia, denota la presenza del mare sotto di noi.
All’opposto sopra la nostra testa l’Universo si va sempre più popolando di stelle, molto luminose e ben in evidenza nel buio, ciascuna ritagliata per bene lungo i suoi contorni. Il lucore ad occidente è scomparso del tutto, restano da vedere solo tre cose: il cielo, le luci del villaggio lontano a prua, e, voltandosi verso l’alto, le luci rosse degli strumenti sulle facce di chi sta lavorando, lassù in plancia.
Ma improvvisamente in cielo, quasi in verticale sopra il villaggio viene giù un oggetto rosso e veloce, lasciando una scia che pare di fumo. Una striatura del cielo che dura un istante, che dubiti di avere davvero osservato, che ti fa esclamare “L’hai visto? L’hai visto il meteorite? Hai visto la stella cadente?”. Sì, le due o tre ombre nel buio attorno a noi l’hanno vista, e qualcuno ha detto forte: “Wow! A falling star!” Esprimere di corsa un desiderio. Quale? Cosa desidero?
Odore d’isola nell’aria, ormai.
Qui la terra ti saluta così, con raffiche selvagge di vento che scendono giù per i canaloni delle montagne e si avvitano in acqua.
Il senso del mare mi ha ripreso, non mi lascia.
Scritto da: tashtego a
10:10 | link |
|