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lunedì, 04 settembre 2006
Il sentimento del mare

Penso di volere/dovere fornire qualche precisazione sul senso (meglio forse sentimento) del mare a Giovanna, cara mia amica.
Ecco:
Il sentimento del mare arriva di colpo quando ragazzino mi affaccio per la prima volta sul balcone al quinto piano di una palazzina che si affaccia sul porto della città tirrenica di A.
Questo primo atto del protendermi sul mare lo compio senza pensarci nei primi giorni di giugno di un’estate imprecisata della fine degli anni Cinquanta.
È una specie di shock percettivo che mi lascia senza fiato.
È tardo pomeriggio. Odori e colori mai provati.
Prima di allora avevo visto il mare raramente se si eccettua una lontana estate infantile, passata su una spiaggia, della quale ricordo poco: solo onde, mare verde, grigio.
Qui c’è solo azzurro intensissimo, la sensazione di una superficie liscia, sferica che sembra arrestarsi sul limitare di un orizzonte netto, una linea precisa più scura che sembra tracciata con accurata precisione, oltre la quale si leva il profilo della mitica Montagna.
L’acqua ha una qualità superficiale diversa, striature che capisco quasi subito essere di vento, aree zigrinate dall’aria: sono troppo lontano per capire di cosa si tratti davvero, per apprezzare la natura di quell’acqua diversa.
L’aria è blu come l’acqua e sa intensamente di mare, cioè porta con se due o tre sentori forti, alcuni dei quali al limite del disgusto.
L’odore di pesce corrotto che emana dalle attrezzature dei pescherecci e da tutto il porto sottostante.
L’odore di pece e di ferro cotto e di legno segato, di grasso, del cantiere navale che occupa l’area della darsena.
L’odore d’alga e d’acqua salata che il vento porta ovunque.
L’odore di bagnasciuga, di cemento incrostato, di ruggine all’ultimo stadio, di molluschi in lotta per sopravvivere nell’aria.
Con gli anni capirò che queste essenze non sono le stesse che compongono l’odore esaltante di mare aperto, sono solo i sentori miseri del domestico conflitto terra-mare nel porto di una cittadina del Tirreno, ma quest’attimo di stupefazione percettiva porta con sé una sterminata e indefinibile promessa (poi mantenuta oltre ogni aspettativa) di godimento.
È in quegli istanti iniziali che si forma nella mia mente l’embrione di quello che oggi chiamo il sentimento del mare, come una specie di senso specifico in cui si mescolano Acqua ed Estate, in un unico concetto non-dicibile, non davvero esprimibile se non per evocazione di immagini e di sensorialità basiche.
Quell’embrione crescerà e si perfezionerà negli anni a venire, arricchendosi di connotazioni di ogni tipo, ma sempre legate all’Aria, all’Acqua e all’Estate.
Al Mediterraneo.
È il paradigma dell’esistenza invernale che improvvisamente si rovescia nel suo contrario.
Via i vestiti, si vivrà per quattro mesi in costume, senza scarpe, senza lavarsi ché per questo c’è il mare.
Per tutto il tempo dell’Estate, niente sarà davvero asciutto, tutto saprà di umido e di salso, sarà impossibile disfarsi davvero della sabbia attaccata ai talloni o di quella che resterà all’inguine, tra il costume e le cosce.
Via ogni orario, mangiare a qualsiasi ora, fare tardi la notte, svegliarsi all’una del pomeriggio, quando s’alza la brezza buona per la vela.
Tutto diventa improvvisamente facoltativo, nessun obbligo scolastico, si dimentica come si scrive il proprio nome.
Si mangeranno supplì in spiaggia e a casa mozzarella affumicata, frittate con le zucchine e pomodori spaccati, spaghetti rappresi, che ci attendono sotto un piatto sino alle quattro del pomeriggio.
Insalate di riso, pomodori al riso bruschettati dal forno, zucchine ripiene, parmigiana di melanzane. Acqua minerale frizzante, anche se “fa male”.
La mancanza del Padre rimasto in città al lavoro, si fa sentire nell’aumento complessivo del tasso quotidiano di piacere, nella caduta rovinosa del Dover Essere secondo le Sue aspettative sostituito dall’Essere Come Si Vuole della tolleranza materna.
Il Padre percepisce che l’Estate lavora contro di lui e cerca di opporsi, ma invano.
Ogni lunedì mattina è costretto a ripartire, perde ogni controllo sulla situazione.
Non c’è, dunque non conta.
Il sentimento del mare prende subito il sopravvento.
Lui non sa cosa sia, non l’ha mai provato.
Ha vissuto un’altro tempo rispetto al nostro, un’altra Storia infinitamente più povera e severa e pericolosa.
Questo forse gli dà fastidio, ma non ne è abbastanza consapevole per provare invidia o per cercare di capire.
Lui crede ci sia continuità tra la sua Storia, il suo Tempo, e il nostro.
E compie in questo modo il suo errore più grave.
Negli anni che seguiranno il sentimento del mare si arricchirà di storia balneare fino a doversi staccare dalla spiaggia, da quella spiaggia e da quei luoghi, fino a distinguersi da quelle attrezzerie dove l’essere giovani rischia di ristagnare, fossilizzarsi e spegnersi.
Occorrerà allontanarsi per ricostituirlo altrove su altre basi e con altri materiali, dentro paesaggi più aperti e solitari e basici.
Più violenti, imperiosi, essenziali e maturi.
Più misteriosi, vitali.
Occorrerà organizzarsi per tutti i nuovi faticosi ritorni che si renderanno necessari a riaccenderlo ogni anno, per decenni.
Tuttavia bastano ancora oggi le note, anche solo accennate, metti di Senza fine, per provocarmi una piccola catastrofe emotiva, legata a quel primo balneare sentimento del mare dal quale non sono mai riuscito davvero a dividermi.

Scritto da: tashtego a 18:44 | link | |


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